Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
23 NOVEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 9:27
Il problema dei numeri è che spiegano soltanto una parte di verità. È una regola che trova applicazione in più o meno tutti gli ambiti, ma che diventa particolarmente ferrea quando si parla di pallone. Così i due punti che separano in classifica Inter e Milan raccontano di un risultato quasi simile, omettendo però le premesse opposte con cui i due club avevano iniziato la stagione. L’estate delle milanesi è stata scandita dall’ossessione del rilancio.
L’Inter aveva inseguito il doppio sogno scudetto-Champions League fino all’ultima curva. Poi lo aveva visto scoppiare come una bolla di sapone. Il 5-0 incassato dal Paris Saint Germain a Monaco di Baviera aveva travalicato il perimetro della sconfitta per diventare una vera e propria Caporetto nerazzurra. All’improvviso, l’Inter si era scoperta bella ma fragile come una statuetta di vetro. In verità i tentennamenti di Inzaghi sul suo futuro avevano già iniziato ad aprire una crepa nella testa della squadra prima ancora che nelle gambe. E le cose erano presto precipitate. Prima l’allenatore aveva deciso di sposare l’Al Hilal. Poi, al termine della sfida contro il Fluminense nel Mondiale per club, capitan Lautaro Martinez aveva tuonato contro i compagni: “Chi non vuole più stare qui, è giusto che se ne vada. Io do tutto per questa maglia e pretendo lo stesso da chi mi sta accanto”. Un’accusa generica che era diventata assolutamente specifica poco dopo, quando Marotta aveva rivelato che il destinatario dell’affondo era Calhanoglu. Il giocattolo si era frantumato in mille pezzi. Anzi, sembrava quasi che l’unico collante in grado di tenere insieme quel gruppo fosse proprio Inzaghi. Molti dei giocatori che fino a maggio erano stati fondamentali per il club, ora sembravano obsolescenti, esuberi da piazzare altrove il prima possibile.












