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Dalla immobilità ipnotica durante molti concerti alle confidenze esilaranti nei salotti televisivi

In fondo era prevedibile, non la morte, a quella si era preparata, considerati gli anni e gli acciacchi del corpo, ma ad una vita diversa, libera, anche bizzarra, perché Ornella Vanoni era luna e stelle, sole e cielo, professionale, perfetta, raffinata, di una statuaria eleganza sul palcoscenico e poi bambina, sbarazzina, maliziosa ma femmina, se sia possibile usare questo sostantivo senza cadere nell'accusa di sessismo che le avrebbe provocato sorrisi furbissimi, donna inquieta e inquietante, desiderata da chiunque amasse la musica, soprattutto lo stile con il quale sapeva interpretarla, a volte era un invito all'amore di contrabbando.

Avrebbe potuto fare la sciura milanese, dunque tirarsela come altre vedette dello spettacolo, da lei distantissime per censo e storia, invece aveva scelto di non mutare certe abitudini, portandosi appresso gli anni belli di Milano, Jannacci e Gaber, il solitario Adriano e l'emigrata Mina, "Milano ha delle zone belle, è bella con la nebbia, è un po' una donna con la veletta", lo aveva detto tra mille altre parole, fette di un tempo e didascalia di un'artista, appunto Ornella Vanoni, mai poker face, sempre vera, immediata, fresca, ruscello e onda di mare, assieme.