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Il presente è pavido. Nessuno avrebbe il coraggio di scrivere un "Edipus" così

Che ne è stato della nostra cultura, della nostra letteratura, del nostro teatro, della nostra idea di spettacolo (ma anche di lettura, di stile, diciamo pure: di bellezza) negli ultimi trent'anni? Dove abbiamo trascinato la grandezza, il rischio impavido, la spregiudicatezza, l'acribia che unisce rigore e follia determinando il sorgere di un evento artistico davvero libero? Cosa ne abbiamo fatto dell'impegno? Che ne è della forza destabilizzante dell'arte, della sua divina capacità di non farci mai stare con la coscienza a posto? Dove ci siamo spinti in questa determinazione satanica di non dover offendere nessuno, di dover parlare solo di temi socialmente riconosciuti come rilevanti, ma senza rischio vero, che è quello di dover intraprendere una strada al buio, di non avere garanzie, di non vedere più nessuno, né ora né mai, che ti dia una patente di eroe, di martire?