Un avvertimento secco. Christine Lagarde sceglie Vienna per lanciare un messaggio che punta dritto al cuore delle fragilità europee. La presidente della Banca centrale europea avverte che la minaccia per l’Unione non arriva da un ritorno al “dominio fiscale”, ma da un rischio più sottile: restare intrappolata in un equilibrio di bassa crescita che indebolisce i governi, complica la gestione del debito e limita la capacità della BCE di mantenere la stabilità dei prezzi. Nel suo intervento alla Trilateral Commission, Lagarde ricostruisce il rapporto tra politiche fiscali e monetarie negli ultimi anni, difende l’indipendenza dell’istituzione di Francoforte, denuncia l’insufficiente orientamento della spesa pubblica verso settori produttivi e invita i Paesi dell’Eurozona a usare gli strumenti offerti dalle nuove regole, a condividere risorse nei comparti strategici e a mobilitare capitale privato su scala continentale. Una piattaforma che somiglia a un’agenda di politica economica e indica una direzione precisa in vista dei cicli di bilancio europei.
Lagarde inizia rifiutando la lettura secondo cui i governi avrebbero esercitato pressioni sulla Bce durante la pandemia. Ricorda che, in quella fase, “la politica monetaria e la politica fiscale hanno lavorato insieme”, con acquisti di titoli e incremento del debito per sostenere redditi e imprese. Una strategia che ha permesso all’economia dell’area euro di tornare ai livelli pre-Covid “in sette trimestri”, contro i ventinove richiesti dopo la crisi finanziaria globale. L’aumento del debito, salito di quindici punti percentuali rispetto alla fase precedente la pandemia, non ha compromesso l’autonomia della BCE. Quando è arrivata l’ondata inflazionistica più intensa di una generazione, l’istituto ha agito senza condizionamenti. «Abbiamo aumentato i tassi a una velocità record, la stretta più rapida della nostra storia», afferma Lagarde, sottolineando che l’inflazione è scesa “vicina al nostro obiettivo del 2%”.







