Un equilibrio precario. Sostenere la trattativa muscolare di Donald Trump, scandita da ultimatum e diktat, ma pur sempre uno spiraglio diplomatico. E insieme restare agganciati al treno europeo, difendere Volodymyr Zelensky nell’ora più buia. È la strettoia di Giorgia Meloni e dei principali leader europei. Attesi qui a Johannesburg, in una capitale sudafricana blindata da cima a fondo, per un G20 che parte zoppo per la sedia vuota lasciata da Trump, il boicottaggio americano. E per un’agenda internazionale che punta altrove i riflettori, sulla guerra ad Est dell’Europa. La premier arriva in Sud Africa nella tarda mattinata. Si attacca al telefono dalla sua stanza di hotel.

Sente il cancelliere Friedrich Merz. Mentre lei è ancora in aereo, il tedesco si collega con Zelensky, Macron e Starmer. L’Europa è sotto choc per il piano Trump. E per quel countdown da brividi imposto dal Tycoon al leader ucraino: accettare entro giovedì prossimo tutti e 28 i punti, pena l’interruzione degli aiuti militari. Sono ore di tensione.

Provano a serrare i ranghi gli europei. Meloni in pubblico tenta di guardare al bicchiere mezzo pieno. Per la prima volta Trump ha inserito in una bozza d’accordo le garanzie di sicurezza americane per Kiev, «in linea con quanto da tempo proposto dall’Italia» apre la premier a margine della telefonata con Merz. Nelle prossime ore potrebbe sentire direttamente Trump. Poi partirà il concerto dei leader Ue. Oggi, a latere del summit, un vertice dei capi di Stato e governi Ue a Johannesburg. Lunedì un nuovo confronto ristretto al vertice Ue-Unione Africana in Angola. Mentre prende forma una possibile missione a Washington dei “Volenterosi”, Meloni inclusa, all’inizio della settimana, replicando la “gita” di gruppo alla Casa Bianca di fine agosto, quando la tregua sembrava a un passo. E invece. In privato però la presidente del Consiglio non nasconde i timori per il piano dell’alleato americano. Ne discute con i suoi più stretti collaboratori, dunque con le controparti europee. «Quella bozza informale sembra troppo dura nei confronti dell’Ucraina», ammette nel pomeriggio il ministro della Difesa Guido Crosetto. Ci mette il peso Antonio Tajani: «Dalla trattativa non può essere esclusa l’Europa e neanche l’Ucraina». Segnali di inquietudine che attraversano il governo italiano e arrivano su, fino al vertice. A Palazzo Chigi ancora nei giorni scorsi riconoscevano di non essere stati messi al corrente per tempo della lista Trump. I crucci di Meloni, dicevamo, si concentrano su due passaggi, ritenuti problematici, per non dire drammatici. Il primo: la mannaia che Trump vuole abbattere sulle forze armate ucraine. Riducendo a un massimo di 600mila il numero di soldati a disposizione di Kiev. Troppo poco per scongiurare nuove aggressioni russe, ritiene la premier e con lei i vertici militari e della nostra intelligence. «Complesso imporre a una Nazione come deve difendersi “al massimo”» spiega una fonte di primo piano del governo che segue il dossier. Ed ecco il secondo passaggio irricevibile del piano Trump, così come è scritto. Ovvero le concessioni territoriali che gli americani sono pronti a fare a Mosca. Crimea, Donetsk e Luhansk, cioè il Donbass, inclusi i territori che Putin non ha ancora conquistato sul campo. E ancora: la smilitarizzazione di alcune aree di Kherson e Zaporizhzhia, che oggi invece appartengono indiscutibilmente agli ucraini. Un bottino insperato per lo stesso zar. Un regalo pericoloso per la premier italiana e gli alleati europei, che invece sostengono una via mediana: cessate il fuoco immediato e linea del fronte congelata.