L’Italia delle assenze diverte come quella che contava sui Top Ten Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. E fa soffrire di più, molto di più, perché la sofferenza - lo sanno bene i giocatori di qualsiasi livello - è parte rilevante del tennis. Quella di domenica sarà, per la nostra nazionale, la terza finale consecutiva di Coppa Davis, dopo le due vinte a Malaga nel 2023 e nel 2024. A Bologna la coprotagonista sarà la Spagna o forse la Germania (domani la loro semifinale): a prescindere dall’avversaria, il capitano Filippo Volandri dovrà di nuovo puntare sui gladiatori romani Flavio Cobolli e Matteo Berrettini, due che non mollano mai.

Cobolli cuore e orgoglio, Italia in finale di Davis: “Dedicata a mia madre e al mio amico Bove”

di Massimo Calandri

È stato un venerdì che i milioni di vecchi e i tantissimi nuovi appassionati del tennis non dimenticheranno. Berrettini realizza un capolavoro di intelligenza più che di potenza contro il numero 2 della nazionale belga, il vallone nato negli Stati Uniti Raphael Collignon. Cobolli lotta 186 minuti prima di avere ragione di un avversario ostico come Zizou Bergs, fiammingo di Lommel.

Il pomeriggio comincia un po’ in sordina, almeno per me. Ragiono sul fatto che tra gli infiniti modi di sentirsi solo c’è quello, tutto mio, di credere in Matteo Berrettini quando quasi tutti hanno dubbi su di lui. (Da antichi studi riemerge per fortuna una citazione dimenticata: “La solitudine è la sorte di tutti gli spiriti superiori”, sosteneva Arthur Schopenhauer, che infatti passò gran parte della vita ignorato, o quasi, dai contemporanei, compresi i colleghi filosofi). Nelle ultime 48 ore ho sentito amici e colleghi quasi unanimi nei giudizi sull’ex numero 6 al mondo: non ce la fa a tenere il ritmo, è lento negli spostamenti, Collignon lo metterà in difficoltà con il suo gioco potente e regolare. Ok - pensavo - eppure ci sarà una ragione se, nonostante le troppe recenti disavventure fisiche, chiude la stagione da 56 del ranking ATP mentre il belga, classe 2002, sei anni più giovane, è piazzato trenta posizioni più indietro, a quota 86, o no? Eccola, la ragione: Matteo non solo serve benissimo come si addice a “The Hammer”, ma picchia quanto l’avversario durante gli scambi, è aggressivo sia di dritto, sia di rovescio (che di solito usa a fini difensivi) ed è tatticamente assai più attrezzato e accorto. Lo dimostra nel primo set, quando s’intasca il break che lo manda sul 3-0 e poi lo difende senza mai rischiare d’essere raggiunto.