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Ultimo aggiornamento: 13:53
Tanto tuonò che piovve. Dopo mesi di indiscrezioni e lettere di messa in mora, la Commissione europea si è risolta ad aprire una procedura d’infrazione a carico dell’Italia per l’incompatibilità dei “poteri discrezionali nelle fusioni bancarie con il diritto dell’Unione europea”. Chiaro il riferimento ai poteri speciali di veto del governo sulle fusioni e acquisizioni di aziende strategiche ai sensi del golden power e, in particolare, al loro utilizzo nel caso di operazioni tra banche come il decreto di Pasqua con cui l’esecutivo ha di fatto bloccato l’acquisizione di Bpm da parte di Unicredit. Questo anche se il caso specifico delle due banche milanesi non fa parte della procedura che è più generale, come ha spiegato il portavoce della Commissione, Arianna Podestà, chiarendo che la procedura “riguarda il golden power di per sé e nessun caso specifico”.
Resta il fatto che mettere in discussione il golden power all’italiana in ambito bancario, mette in discussione anche i modi in cui è stato utilizzato. O, almeno, può evitare che il passato diventi il precedente di riferimento per il futuro. E comunque per il caso Unicredit-Bpm resta aperta la procedura in capo alla direzione generale della Concorrenza. “Stiamo valutando le risposte dell’Italia alle preoccupazioni che abbiamo sollevato questa estate”, ha spiegato la portavoce chiarendo che quella relativa alle violazioni dell’articolo 21 sulle concentrazioni “è una procedura separata”. Il riferimento è alla durissima lettera di 56 pagine che la commissaria Teresa Ribera ha inviato a luglio alla presidenza del Consiglio per demolire una a una le quattro condizioni che, sempre ai sensi del golden power, l’esecutivo Meloni aveva imposto a Unicredit in cambio del suo via libera all’acquisizione della Bpm tanto cara alla Lega.












