Èl'una e un quarto di notte. Un agente della polizia penitenzia del carcere di Torino sta facendo il suo giro di controllo per i corridoi in penombra del padiglione C del Lo Russo e Cutugno quando all’improvviso percepisce che qualcosa non va. Da una cella arriva silenzio. Troppo silenzio. Chiama, non riceve risposta. Tenta di aprire lo spioncino, che però è bloccato. Allora apre parzialmente la porta. Un uomo è appeso alla finestra della cella con un cappio di stoffa al collo.
Il 67esimo suicidio dell’anno
Comincia così una disperata notte del carcere torinese. L’ennesima notte in cui un agente ha tentato, purtroppo vanamente, di salvare una vita. Il detenuto che si è tolto la vita aveva 49 anni. Secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si tratta del 67esimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Il quarto a Torino.
La corsa disperata dei soccorritori
Quando l’agente si è reso conto di quello che stava accadendo, è iniziata la corsa contro il tempo Non c’è stata esitazione. L'agente ha dato l'allarme e si è catapultato all’interno della cella per slegare il detenuto. Ha iniziato subito le manovre di rianimazione. Compressioni toraciche ritmiche, vie aeree da liberare, ossigeno che deve raggiungere un cervello Il 118 arriva poco dopo, sono le due del mattino. I sanitari prendono in mano la situazione, seguono protocolli, ma c’è la consapevolezza silenziosa che tutto dipende da una variabile: quanto tempo il detenuto è rimasto appeso? Troppo. Intorno alle due e mezzo, quando l'ultimo tentativo si esaurisce, non rimane altro che constatare la morte. È la fine di una battaglia. Una battaglia che ogni volta lascia l’amaro in bocca a chi lavora nelle carceri italiane.








