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Venerdì mattina alla COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si tiene a Belém, in Brasile, un gruppo di circa 50 persone indigene Munduruku ha bloccato pacificamente l’entrata principale dell’evento. I delegati sono dovuti passare da entrate secondarie, e si sono create lunghe file, finché non è arrivato il presidente della COP, André Corrêa do Lago, per trattare con gli attivisti. Qualche giorno prima, martedì, alcune decine di persone indigene avevano fatto irruzione dentro alle sale dell’evento, e c’era stato qualche tafferuglio con le guardie della COP.
La presenza di popolazioni indigene è una delle novità principali e più visibili della COP di quest’anno in Brasile. Belém si trova al margine dell’Amazzonia, e per questo la questione dei diritti degli indigeni è particolarmente sentita. Inoltre, per la prima volta in quattro anni, la COP si tiene in un paese democratico, dove le proteste sono rispettate, e l’organizzazione dell’evento ha cercato fin da subito di coinvolgere la popolazione civile, compresa quella indigena.
Alla COP di Belém sono arrivate migliaia di persone indigene, non soltanto delle popolazioni che abitano in Brasile, ma più o meno da tutto il Sudamerica, dal Perù all’Ecuador. Secondo Sônia Guajajara, ministra dei Popoli indigeni del governo del Brasile e lei stessa indigena Guajajara, le persone indigene arrivate a Belém sono 5.000, di cui 900 circa formalmente accreditate per gli eventi della COP. Parte delle persone indigene sono accampate nel campus dell’università del Pará, e lì organizzano anche numerosi eventi alternativi, come conferenze e incontri culturali.










