ROMA Sostegno granitico all’Ucraina, ma con una preoccupazione che cresce e si alimenta di giorno in giorno. Perché, dopo quasi quattro anni di guerra, il conflitto va avanti incurante del bollettino dei morti che non rallenta la sua folle corsa. Mentre le casse di Kiev languono drammaticamente: da qui a due anni, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, l’Ucraina dovrà coprire un buco di circa 135,7 miliardi di euro. Numeri che fanno tremare i polsi a Volodymyr Zelensky ma anche agli europei rimasti saldamente al suo fianco.

È Kiev il tema che cannibalizza buona parte della riunione del Consiglio supremo di difesa, ieri al Quirinale. Con un occhio attento alla minaccia ibrida russa che trova un alleato efficace e per noi insidioso nella IA.

Il vertice è stato convocato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’indomani del discorso, durissimo, pronunciato al Bundestag di Berlino nel giorno del lutto nazionale tedesco. Nella nota, diffusa al termine di un incontro andato avanti per più di tre ore, si punta il dito contro «l’accanimento della Russia nel perseguire, ad ogni costo, i propri obiettivi di annessione territoriale». Con Kiev che «resta bersaglio di continui bombardamenti contro infrastrutture critiche e civili, con gravi interruzioni energetiche e numerose vittime». Le polemiche che si trascinano da sempre all’interno della maggioranza, con le continue frenate della Lega e i dubbi crescenti di Matteo Salvini dopo gli ultimi scandali per corruzione che hanno travolto Kiev, restano fuori dall’elegante sala degli Arazzi. Perché Roma, ha ribadito la premier, sa da che parte stare. Tant’è che nella nota del Consiglio si riafferma il «pieno sostegno italiano all’Ucraina nella difesa della sua libertà», richiamando il «dodicesimo decreto di aiuti militari» pronto a planare sul tavolo del Copasir il prossimo 2 dicembre. Nella riunione si è parlato anche di soldi, perché come finanziare la difesa ucraina è un cruccio che toglie il sonno all’Europa intera, tanto più dopo il passo di lato degli Usa di Trump. A Bruxelles si ragiona sull’unica strada percorribile: utilizzare gli asset congelati (in gran parte in Belgio) della Banca Centrale Russa. È la sola opzione che non graverebbe su bilanci nazionali già compromessi da 45 mesi di guerra. «Sul piano filosofico è giusto utilizzarli - riconosce la premier nel corso della riunione - tuttavia bisogna essere certi di tutte le conseguenze possibili, dei rischi effettivi. E potremo valutarli solo quando avremo tutti gli elementi per farlo». Ma nella nota del Consiglio si rimarca come sia «fondamentale la partecipazione» non solo alle iniziative della Ue, ma anche «della NATO di sostegno a Kiev». Perché c’è un altro elefante nella sala degli Arazzi, ed è l’adesione al fondo Purl, il meccanismo per l'acquisto di armi Usa da donare all'Ucraina su cui il governo non ha ancora sciolto la riserva. Meloni rimarca come il nostro Paese in realtà sia in buona compagnia della maggior parte dei paesi Nato, Francia e Gb compresi (tra i big che hanno detto sì Germania e Canada). I dubbi degli alleati risiedono nello stesso meccanismo che regola Purl, con l’acquisto di armi made in Usa indicate da Kiev come essenziali per continuare a combattere. Il fondo, però, riceverà i contributi di tutti gli alleati fatta eccezione per i dollari degli americani. E ciò nonostante gli States siano gli unici ad averne un ritorno economico, ingrossando le casse dell’industria delle armi con buona pace dei competitor europei. Per ora l’Italia prende tempo, anche se c’è chi nel governo profetizza che alla fine tutti saranno costretti a capitolare, anche per salvaguardare i rapporti con gli Usa.