Lo ha ascoltato. Si sono incontrati sabato, a Bologna, città che per entrambi è casa (per Elly Schlein lo è stata a lungo e qui ha iniziato a fare politica, per Romano Prodi letteralmente). Lo ha ascoltato, come è giusto ascoltare i padri nobili del Pd e Prodi in particolare, essendo l’ultimo premier del centrosinistra uscito vincente dalle urne. Ma Schlein, nonostante le ormai periodiche critiche, osservazioni, frecciate della generazione dei “padri”, va avanti per la sua strada, convinta sia quella giusta. Le critiche al fatto che il centrosinistra non è ancora percepito come un’alternativa, al fatto che non appare come una squadra coesa, cui manca un programma, una proposta per il Paese, un tavolo in cui sedersi e discuterne, le sente ingiuste e, come dire, di un altro tempo, anche se non replica e non replicherà mai (per fedeltà a quel «testardamente unitari» che è diventato il suo marchio di fabbrica). Ingiuste perché, come spiega chi la sostiene e ha vissuto la stagione dell’Ulivo e vive ora questa, «non ci si ricorda che se Prodi fece quello che fece è perché ci fu un partito, il Pds e poi i Ds, che generosamente glielo permise, facendo la guerra a un partito, il Ppi, che non lo voleva».