È una storia che potrebbe intitolarsi «Se ventiduemila dosi di droga vi sembran poche». Racconta tante cose: la percezione che i magistrati hanno di se stessi, gli argomenti con i quali si contrappongono al governo, i criteri con cui i tribunali applicano le norme sulle tossicodipendenze e la distanza che li separa dal senso comune. Spunti di riflessione su come funzioni oggi il giudizio disciplinare dei magistrati, magari utili in vista del referendum di primavera.

La questione diventa pubblica l’8 novembre, quando Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega alle politiche antidroga, denuncia le «sentenze stupefacenti» emesse da quei magistrati «che, a fronte della detenzione di qualche chilo di sostanza, ravvisano l’uso personale». Pronunce che hanno «conseguenze devastanti», avverte. Punta l’indice anche sulle «decisioni della magistratura di sorveglianza» che sembrano creare «un federalismo della giustizia».

Accuse ritenute infamanti da certe toghe. Vincenzo Gaetano Capozza, magistrato della Corte d’appello di Roma, gli risponde il 15 novembre dalle colonne del Fatto. Anzi, lo sfida: «Vorrei chiedere all’illustre sottosegretario di indicarci le decisioni che hanno ritenuto l’uso personale nei casi di detenzione di qualche chilo di sostanza stupefacente. Delle due l’una: se tali sentenze esistono, i giudici che le hanno emesse dovrebbero essere perseguiti disciplinarmente e duramente sanzionati in ragione di un’applicazione stravagante, anzi “stupefacente”, delle norme». In caso contrario, prosegue nella sua lettera al quotidiano, «mi sentirei autorizzato a ritenere che l’affermazione sia gravemente diffamatoria per l’intera categoria della magistratura giudicante». Mantovano risponde sul numero del Fatto in edicola ieri. Leccese di poche parole, evita i toni polemici. Snocciola sentenze: non tutte, si limita a pescarne alcune a campione, perché lo spazio è limitato, ma ce ne sono quante ne bastano per capire come funziona.