Scattano nuove verifiche dell’Inps per evitare le truffe sull’Assegno di inclusione (Adi), il contributo che da circa due anni ha sostituito il Reddito di cittadinanza per i cosiddetti “inabili al lavoro”. Il nuovo intervento riguarda ex detenuti, persone in semi-libertà e i condannati per reati, ma ammessi a misure alternative al carcere (come le comunità di recupero). Le norme che regolano l’Adi, infatti, prevedono che possa riceverlo chi è in “condizioni di svantaggio” (sempre se rispetta anche i requisiti economici come le basse soglie Isee), compresi i condannati che non si trovano in istituti penitenziari o quelli che possono uscirne per parte della giornata per meriti e magari svolgere anche lavori di pubblica utilità.
Con un messaggio pubblico dello scorso mercoledì, l’Istituto di previdenza ha disposto l’estensione di un servizio informatico già esistente, quello di validazione delle certificazioni richieste per l’accesso all’Adi, coinvolgendo ora anche gli Uffici di esecuzione penale esterna (Uepe). In pratica, gli uffici che seguono i percorsi alternativi alla detenzione potranno collegarsi alla piattaforma Inps e confermare direttamente se una persona è effettivamente in carico a misure alternative, programmi di reinserimento o percorsi terapeutici.






