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Ultimo aggiornamento: 8:56
Chiuse le urne in Cile e in Ecuador, ma la partita è aperta: la destra non sfonda, al momento, e il vento di Donald Trump si ferma a Quito. Ma andiamo con ordine: la sinistra cilena, guidata dalla comunista Jeannette Jara, ottiene il 26% dei voti e promette di rafforzare le istituzioni, però scende a patti con il discorso securitario per resistere all’avanzata dell’ultraliberista José Antonio Kast, fermo al 24%, e delle destre in generale, che si prendono il Congresso (90 seggi a 64), in attesa del ballottaggio.
Nelle stesse ore l’Ecuador infligge un duro colpo al presidente Daniel Noboa, là dove oltre il 60% degli elettori ha “no” al ritorno delle basi militari Usa nel Paese e all’apertura di una Costituente e il 53% si è detto contrario alla diminuzione dei parlamentari. Ancora una volta la realtà smentisce previsioni, bookmakers e sondaggi, là dove le stime Polymarket davano a Kast una probabilità di vittoria del 73%, ora in parte ridimensionata, e i sondaggi anticipavano un “Sì” del 60% alle basi militari Usa in Ecuador e alla Costituente di Noboa.
Il contesto. In Cile e in Ecuador il dibattito elettorale era stato monopolizzato dalla crescente crisi di sicurezza, provocata dall’avvento della criminalità transnazionale e dalla questione migratoria, che ha senz’altro rafforzati sentimenti di paura e xenofobia nell’elettorato generale. E in entrambi i casi gli Stati Uniti si sono posti come partner militare per arginare i delinquenti e punto di riferimento ideologico in chiave anti-migratoria, complice lo spauracchio della gang venezuelana “Tren de Aragua“, che ha spesso lasciato la firma a Santiago del Cile e a Quito.














