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Chi legge il Post sa che da queste parti siamo molto attenti alle parole e che pensiamo che per fare bene il nostro lavoro – quello di raccontare la realtà – sia importante scegliere sempre quelle che di volta in volta sono più esatte e comprensibili per descrivere qualcosa. La stessa attenzione l’abbiamo per la lingua e il linguaggio, per la loro fluidità e i loro cambiamenti, e cerchiamo di essere sempre duttili nel modo in cui scriviamo.
A scuola, però, la lingua ci viene spesso insegnata con grande rigidità, approcci e attenzioni che traboccano a volte nel fanatismo. E forse è anche per questo che, una volta diventati adulte e adulti, tendiamo a usarla lingua con le stesse rigidità: non si dice “a me mi”, non è italiano “scendi il cane”, e c’è sempre qualcuno pronto a ricordare che “il piuttosto che non si usa così”.
Nel frattempo però le parole cambiano, entrano ed escono dal nostro vocabolario, si adattano agli usi, alle tecnologie, ai contesti: dai messaggi senza punteggiatura alle espressioni nuove che impariamo dai social, fino alle parole straniere che integriamo all’italiano, a volte in modo un po’ cringe.
È per provare a raccontare questo mondo in evoluzione – e le conseguenze del suo utilizzo – che abbiamo dedicato l’ultimo numero di COSE Spiegate bene al linguaggio e alle parole: a quelle antiche, a quelle nuove, a quelle inventate e a quelle su cui abbiamo sempre qualche dubbio.






