MESTRE - Il processo a carico di Filippo Turetta è finito con la condanna all’ergastolo. Nella breve udienza di ieri mattina, celebrata nell’aula bunker di Mestre, la Corte d’Assise d’appello di Venezia ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dalla difesa dell’imputato e dalla Procura generale come conseguenza delle rispettive rinunce: la sentenza di primo grado è quindi diventata definitiva. Quello di Giulia Cecchettin, uccisa dall’ex fidanzato l’11 novembre del 2023 a Fossò, in provincia di Venezia, è stato un omicidio volontario premeditato e il giovane imputato resta in carcere.
In apertura di udienza il presidente della Corte, Michele Medici, ha definito «singolare» la situazione che giudici togati e giuria popolare si sono trovati ad affrontare: in Veneto non era mai accaduto che un imputato condannato all’ergastolo rinunciasse all’appello (e con esso ad un possibile sconto di pena); scelta seguita da analoga rinuncia da parte della procura generale che, in precedenza, aveva chiesto il processo d’appello per vedere riconosciute due aggravanti escluse in primo grado, quelle di crudeltà e stalking.
In un’aula affollata soltanto da giornalisti, Turetta non c’era, avendo rinunciato a comparire, restando nel carcere di Verona dove si trova detenuto. E lo stesso Gino Cecchettin, padre di Giulia, ha preferito non presentarsi. A rappresentare l’imputato erano presenti gli avvocati Jacopo Della Valentina e Chiara Mazzocco (in sostituzione di Giovanni Caruso e Monica Cornaviera, che hanno difeso Turetta fin dalle prime fasi). Per i familiari di Giulia Cecchettin, costituiti parte civile, c’erano gli avvocati Nicodemo Gentile (per la sorella della vittima, Elena), Stefano Tigani (per Gino Cecchettin), Piero Coluccio (per gli zii Davide e Alessio) e Antonio Cozza (per la nonna di Giulia, nel frattempo scomparsa, a cui sono subentrati i due figli, Gino e Alessio). La Procura generale di Venezia era rappresentata in aula da Nicola Proto e Pasquale Mazzei.









