Mettiamo subito in chiaro una cosa, tanto tra pochi giorni il pubblico lo scoprirà da sé: La messa è finita, di quel tanto o poco di comico che avevano i quattro precedenti film di Nanni Moretti, non ha più nulla. Per presentarlo, il suo autore-interprete, sempre giovane malgrado i quasi dieci anni di cinema che ha già alle spalle, ha convocato la prima conferenza stampa della sua carriera. Non senza prima mostrare ai giornalisti - correttamente («sennò di che parliamo?») - il film.
Moretti non è più Michele. Il Michele «giovane degli anni Settanta« di Io sono un autarchico e di Ecce Bombo, il regista che disprezza i compromessi di Sogni d’oro, il professore di Bianca. È diventato don Giulio. Un prete. Ma la sua vocazione è sempre la stessa, semmai radicalizzata. «Occuparsi degli altri», dice Moretti, «entrare in contatto con gli altri, fare loro del bene, accettarli per quello che sono e riuscire a cambiare qualcosa negli altri come anche in se stessi».
Nanni Moretti: “Il tumore, la politica, la Vespa, la paternità. Tutta la mia vita è cinema”
di Arianna Finos
Non sarà che la sua vocazione era ed è invece quella di spiare la vita degli altri, giocare a classificare le loro felicità e infelicità, riservando a sé il diritto di restare fuori dalla mischia: una «vocazione» prima esercitata abusivamente e che troverebbe finalmente nel personaggio del prete la sua completa legittimazione? Ma è abbastanza ovvio che Moretti non rinunci a nobilitare il suo personaggio parlando, a proposito di rapporto con gli altri, di «contrasto tra quello che si è e quello che si vuole essere».







