Due cose fanno la differenza tra la vita e la morte, in caso di arresto cardiaco. Una è il tempo, visto che si deve agire il prima possibile. L’altra è la conoscenza: chi si trova vicino alla persona che stramazza ed ha bisogno di rianimazione cardiopolmonare dovrebbe essere in grado di aiutare. La rapidità di intervento, con l’attivazione dei soccorsi e l’inizio delle manovre salvavita che tutti possono eseguire (massaggio cardiaco e uso del DAE, ovvero defibrillatore automatico esterno, capace di rilevare autonomamente l'aritmia e, se necessario, erogare uno shock elettrico per ripristinare il normale ritmo cardiaco), è essenziale in quanto la possibilità di sopravvivenza scende del 10% per ogni minuto che passa.
Perché intervengono in pochi
Purtroppo, in Europa, solo nel 58% dei casi chi assiste a un arresto cardiaco interviene con le manovre di rianimazione cardiopolmonare con percentuali che oscillano dal 13% all’82% a seconda dei Paesi. La percentuale dei soccorritori occasionali che utilizza anche il defibrillatore varia dal 2,6% al 59% nelle diverse nazioni. Insomma, c’è molto da fare. Ma le vie per migliorare ci sono. Lo ricordano le nuove linee guida europee sulla Rianimazione Cardiopolmonare pubblicate da European Resuscitation Council (ERC), al centro del convegno di Italian Resuscitation Council (IRC) di Padova.







