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Ultimo aggiornamento: 13:37
La Corte d’Appello di Roma ha chiesto di nuovo alla Corte di giustizia dell’Unione europea di esprimersi sul protocollo tra Italia e Albania. Stavolta chiede di sapere se l’Italia avesse davvero il diritto di firmare quell’accordo e creare i centri di trattenimento a Shëngjin e Gjader, visto che le regole sull’asilo sono decise soprattutto a livello europeo. Un’altra tegola che si abbatte sul fallimentare progetto del governo, che tuttavia Giorgia Meloni ha rilanciato ieri durante il vertice intergovernativo Italia-Albania a Villa Pamphilj, accanto al presidente albanese Edi Rama. Un “funzionerà bis” che si aggrappa al Patto su migrazione e asilo, la riforma Ue operativa dal prossimo giugno che rivedrà le norme sulla designazione dei Paesi sicuri, primo inciampo dell’accordo con Tirana. Ma il nuovo rinvio alla Corte Ue mina proprio questa certezza, l’ultima che rimane a Meloni.
“Certamente il protocollo funzionerà quando entrerà in campo il nuovo patto su migrazione e asilo” ma “devo chiedere una riflessione: perché sono stati bloccati dei trasferimenti di migranti ritenendo che paesi come Bangladesh e Tunisia non fossero paesi sicuri, nel momento in cui la proposta della Commissione europea di una lista di paesi sicuri annovera al suo interno Bangladesh e Tunisia? Dove sta la ragione?” ha domandato Meloni. Ripetere aiuta: la Corte Ue ha definitivamente chiarito che la normativa europea non ammette la designazione di Paesi sicuri con eccezioni per categorie di persone, come nella lista italiana alla base dei trasferimenti in Albania. Dunque non si possono applicare procedure d’esame “accelerate” delle domande di protezione, sommarie e con meno garanzie. La procedura applicabile è quella ordinaria e non prevede trattenimento, né in Italia né in Albania. Non solo. Indipendentemente dalle ragioni della designazione, ad agosto la Corte Ue ha ribadito che l’ultima parola spetta al giudice. Non ai governi degli Stati Ue, né alla Commissione europea, che è liberissima di proporre la sua lista dei Paesi sicuri ma questo non solleva il giudice dall’obbligo di controllo giurisdizionale che la legge gli impone. Recente, a proposito di Paesi sicuri, il riconoscimento della protezione sussidiaria a una donna tunisina perché, ha scritto il Tribunale di Messina, la Tunisia non è in grado o non voleva garantire una protezione effettiva nei suoi confronti, dopo aver subito violenza sessuale, sfratto forzato e minacce.









