Gli abitanti de La Maddalena l’hanno sempre chiamato il Bunker. E a Cini Boeri, in fondo, non è mai dispiaciuto. Adesso, dopo il restauro conservativo, il progetto in cui aveva proiettato se stessa riprende vita. “Come una grande tenda sugli scogli, dipinta con la vernice degli scafi delle navi”
di Cristina Moro
“Ho sempre amato il vento, e il fatto che gli abitanti lo chiamino Lui”. Cini Boeri pensava sempre con affetto a La Maddalena, in Sardegna. Lì aveva deciso di costruire la sua casa, nel 1967, dopo aver disegnato una villa poco lontana, passata alla storia come La Rotonda. Ai tempi non sapeva nemmeno nuotare bene, eppure anche lei voleva un approdo su quell’isola remota e selvaggia. La costruisce sfruttando i dislivelli naturali, “come una grande tenda appoggiata agli scogli”, dalle mura spesse e inclinate per proteggersi dal Maestrale e dalla Tramontana, “dipinta con la vernice degli scafi delle navi, un sasso fra i sassi”, per farla apparire il meno possibile. I locali, perplessi davanti a quella costruzione radicale, dalle pareti grigie, iniziano a chiamarla Bunker. E a Cini non spiace.
La casa è una proiezione di sé, il suo modo di intendere la vita e la professione di architetta. Ha aperto uno studio a Milano dopo 12 anni passati in quello di Marco Zanuso, uno dei tanti uomini che aveva provato a scoraggiarla: “Cosa pensi di fare, non hai i coglioni per andare avanti da sola”. Eppure, come raccontava lei con ironia, “privata di quell’attributo” procede indipendente, come una nave rompighiaccio, comunque grata al suo maestro. In quel periodo, la relazione con Renato Boeri, il marito neurologo conosciuto durante la Resistenza partigiana con cui aveva condiviso battaglie, ideali, amicizie e stimoli intellettuali, si sta esaurendo. Cini ha 43 anni e sull’isola sta provando a descrivere uno spazio dove vivere un nuovo concetto di famiglia: “Ero cliente di me stessa, e in me stessa c’erano anche più che mai i tre figli”, scriveva. Il suo pensiero progettuale ha sempre gravitato attorno a un concetto cardine: a partire dalla pianta di un’abitazione, si può costruire il benessere fisico e psichico degli abitanti. Così, nel disegnare il Bunker, immagina uno spazio comune, luogo della condivisione, intorno al quale articola quattro piccoli nuclei, ciascuno con un proprio bagno e un proprio accesso al mare: una condizione che avrebbe garantito a lei e ai figli – Sandro, Stefano e Tito – l’indipendenza, assieme alla gioia di vivere sotto lo stesso tetto. Il Bunker ha inoltre un’anima giocosa e sorprendente, costruita dai dislivelli tra gli ambienti, dalle scalette in ferro, dai letti a castello, dalle finestre nei muri inclinati che fanno entrare nello spazio porzioni del paesaggio selvaggio del golfo. Sarà una casa profondamente amata, un luogo di vita marina e felice che vede passare diversi universi, legati a Milano, al Piccolo Teatro, al Pci: intellettuali, registi, attori, scrittori, amici dei figli animano l’architettura, talvolta facendola sembrare “un grande campeggio”. L’interno racconta ancora questo mondo politico e intellettuale a cui è fortemente radicata: alle pareti c’è la locandina degli scioperi del Maggio parigino – in cui aveva portato anche i suoi bambini –, c’è il disegno di un agnellino regalatole da Enzo Mari, c’è un arazzo con le storie di Garibaldi, c’è anche un giovane Che Guevara a pesca con Fidel, mimetizzato tra le fotografie di famiglia dove figli e nipoti in barca mostrano con orgoglio trofei di dentici e ricciole.






