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Nel dicembre del 2015 Laura Ouandjli raccontò alla polizia francese di essere stata ferita al bar Carillon, uno dei locali di Parigi colpiti negli attentati terroristici in cui un mese prima furono uccise 130 persone e ne vennero ferite molte altre. La polizia si insospettì subito perché lei aveva descritto un’esplosione, mentre il Carillon era stato attaccato solo con armi da fuoco. Venne fuori che Ouandjli era già stata accusata di truffa e falso, e nel dicembre del 2016 fu condannata a un anno di carcere per essersi finta una delle vittime degli attentati: il suo scopo era ottenere un risarcimento dal FGTI, il fondo pubblico francese per indennizzare le vittime di terrorismo e altri reati.

Il suo non fu un caso isolato. In una vicenda in cui i resoconti delle persone sopravvissute furono al centro di enormi attenzioni mediatiche, le indagini sui racconti delle presunte vittime si conclusero con oltre quindici persone condannate per truffa, tentata truffa o falsa testimonianza.

Alexandra Damien era una cliente abituale del Carillon. Dopo gli attentati disse che sarebbe dovuta andare al locale anche la sera del 13 novembre, salvo cambiare idea all’ultimo. Poi però iniziò a dire che la sua cicatrice sul gomito sinistro era dovuta a un colpo di fucile che l’aveva raggiunta durante l’attacco (in realtà se l’era fatta in un incidente di kitesurf), e fu anche citata in un articolo di Agence France-Presse che raccontava come molte persone sopravvissute agli attacchi avevano deciso di farsi un tatuaggio sull’accaduto.