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Ultimo aggiornamento: 8:00
Le poltrone degli spettatori sono disposte a ferro di cavallo. Gli attori siedono sparsi nella folla. Al centro, teloni di nylon bianco coprono il pavimento facendo a pugni con il nero dello sfondo. È il luogo “lineare e rettangolare”, dove cercare la pace. “Ce n’è voluto di tempo per trovarci qui, nel posto giusto, al momento giusto”, attacca la prima voce che dà il via a “Les consolantes” (letteralmente “Le consolatrici”). Spettacolo non è la parola giusta, rito forse si avvicina. È ispirato alle testimonianze dei sopravvissuti degli attentati del 13 novembre a Parigi: da qualche mese gira sale e teatri, in questa settimana di commemorazioni sarà messo in scena per le associazioni delle vittime. “Come costruire un luogo di pace nel cuore della città?”, è la prima domanda che risuona. L’obiettivo è quello di creare una sala di tribunale: uno spazio chiuso dove la parola possa liberarsi. “E dove c’è un buco nero. Fidatevi e immergiamoci insieme”. Inizia così un vortice di voci, storie, vite. Un terremoto di anime che hanno affrontato l’indicibile, da sole o insieme. Il più delle volte in gruppo. Ma ancora non abbastanza in comunità. Eppure, tutti, sono stati toccati dalla strage che in una notte ha visto la morte di 130 persone. E le cui ferite, per chi è rimasto, non si sono mai rimarginate.












