La forma dell’acqua. Privata o pubblica? Popolare o lottizzata? Bel mistero, in Campania. Cinque miliardi di euro all’anno per trent’anni di concessione, una società tutta nuova e un bando lanciato come una bomba nel bel mezzo della campagna elettorale. La Regione di don Vincenzo De Luca ha deciso di ridisegnare il futuro dell’acqua con la delicatezza di un geyser, accelerando i tempi per affidare la gestione del cosiddetto Sistema Acquedottistico della Grande Adduzione Primaria di Interesse Regionale – Gapir, per gli amici –, una ragnatela di condotte che parte dai principali invasi montani e serve l’intera infrastruttura regionale.
Tutto molto ambizioso. Forse troppo. Il piano è semplice sulla carta, contorto nei fatti. Una società mista, nuova di zecca, con maggioranza pubblica (51%) e minoranza privata (49%), scelta tramite gara europea. In palio c’è una torta complessiva da 150 miliardi (in pratica, quanto le manovre finanziarie degli ultimi cinque anni) con oltre 2 miliardi di investimenti previsti. Una parte sarà coperta da contributi pubblici, mentre il resto toccherà al socio privato, che dovrà anche dimostrare muscoli finanziari e visione industriale. A oggi, le condotte sono gestite da soggetti diversi: Acqua Campania (gruppo Italgas) in testa, affiancata da enti interamente pubblici.







