Sono angeli, sono demoni. Migliorano le abilità cognitive come la memoria, riducono stress e ansia. Ma causano dipendenza, disturbi del sonno, affaticamento, emicranie.

Nei bambini, in particolare, vogliono dire ritiro sociale e calo del rendimento scolastico. I videogiochi, insomma, sono beneficio e sono danno. Valutazioni che non arrivano dalle chiacchiere da bar ma da studi che, da anni ormai, si moltiplicano negli istituti di ricerca e nelle università. Diverse letture del fenomeno, probabilmente ci danno diverse risposte? O è proprio vero che è il nostro utilizzo a determinare il bene e il male? Probabilmente, dopo aver sfogliato la letteratura scientifica, dovremmo optare per questa terza ipotesi. E, a leggere con attenzione, scopriamo un’ulteriore strada nella quale i videogiochi, senza il clamore delle pubblicità e lontani dai salotti di casa, stanno diventando protagonisti in un campo assai lontano dal divertimento. Quello della Medicina, meglio dire della cura.

Robot, il cardinale Tolentino de Mendonça: «Senza l'immaginazione non c'è sapere»

«Un innovativo strumento terapeutico all'interno della presa in carico psicologica. Questa metodologia sfrutta il potenziale dei videogiochi come mezzo di esplorazione emotiva». Così, per esempio, viene definita la Video Game Therapy, da poco introdotta dal Servizio per le dipendenze patologiche dell'Usl Valle d'Aosta. Le sessioni si svolgono in un ambiente controllato in cui il paziente gioca con lo psicoterapeuta utilizzando videogiochi selezionati in base alle tematiche da affrontare. Come la cooperazione, l'empatia e la capacità di scelta. Durante il gioco, lo psicologo osserva, analizza il comportamento del paziente e raccoglie informazioni. «I videogiochi offrono un ambiente virtuale, una palestra coinvolgente per la mente, in cui attuare comportamenti senza conseguenze “reali”, con la possibilità di ripetere e correggere gli errori di valutazione, provare emozioni in modo interposto e, più in generale, vivere intere modalità di esistenza per altri versi inaccessibili, coltivando anche l'empatia. E essere più sereni» spiega Gerardo Di Carlo, psichiatra direttore del Servizio per le dipendenze patologiche dell'Usl Valle d'Aosta. Un gruppo di ricercatori dell’Università Milano-Bicocca ha rilevato come i videogiochi, possano essere dei facilitatori di cura per traumi, perché davanti a quel video ci sentiamo più liberi e tendiamo a limitare le reticenze. Da qui, la scelta di far diventare il videogioco un sostegno di cura per trattare casi di dipendenze, per il supporto ai giovani che non lavorano né studiano. I “ritirati sociali”. Ma anche per il disturbo da deficit di attenzione e i problemi di apprendimento. A firmare il lavoro Marcello Sarini, ricercatore di informatica del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca, Francesco Bocci, psicoterapeuta Adleriano, e Ambra Ferrari, esperta di ludonarrativa. Proprio Sarini e Bocci hanno tenuto una conferenza sulla Video Game Therapy al recente Lucca Comics & Games il festival internazionale dedicato al mondo dei fumetti, dei giochi (da tavolo, di ruolo, di carte), dei videogiochi, dell'animazione, del fantasy, della fantascienza.