Milano è la mia città. Ci sono nata e qui sono nati i miei figli. Non ho mai pensato né voluto lasciarla, ricordo che ogni volta che le nostre intricatissime vicende familiari prospettavano un possibile trasferimento era la disperazione. La mia Milano era quella del cinema Gloria con una sala sola e i poster dei vecchi film su tutte le pareti, della pizzeria da Gino che fino ad oggi ha quell’inconfondibile profumo, del tram 24 che ci portava a scuola con la nebbia, che ai tempi era quella vera e fitta. E in piazzale Segesta poi, che era quasi periferia, non vedevi proprio nulla. Era la Milano dei paninari e del Moncler e le calze Burlington, e noi che non potevano permetterceli ci sentivamo in una sorta di limbo: avremmo voluto ma in fondo anche no.

In tutto questo c’era il mio essere ebrea, con quel nome e quel cognome che erano strani persino al Lycée Français. I miei genitori, scappati lui dal Cairo e lei da Aleppo, volevano che io e mio fratello mantenessimo la lingua e la cultura francese che si studiavano allora nei paesi arabi e scelsero questa grande scuola internazionale. Eravamo in tanti e stavamo bene. Ogni tanto ci assentavamo per una festività ed eravamo esentati dall’ora di religione, ma tutto si svolgeva in grande serenità. Ricordo però che a volte, quando incontravamo quelli delle altre scuole, quelli con le moto potenti, il desiderio più grande era di essere più normale, più come gli altri. In fondo ero solo una ragazzina. La mia non era una famiglia religiosa; persi mio padre a 9 anni e da quel momento cercammo di mantenere le tradizioni. A Kippur si digiunava e si andava a piedi al tempio maggiore, in centro, il Seder di Pesach dallo zio Salmo, e poco più. Non ricordo di aver mai avuto paura, ma so che mia madre la mezuza fuori dalla porta non la voleva mettere. Negli anni gli episodi di intolleranza, però, ci sono stati.