Un compromesso sulla tassa per gli affitti brevi: l’ago della bilancia potrebbe cadere sul 23 per cento, contro il 26 inizialmente inserito in Manovra. L’idea di aumentare i fondi all’editoria, dopo le rimostranze delle associazioni di categoria. E ancora, le richieste dei partiti e dei ministeri che si affastellano sul tavolo di Giorgia Meloni. Scontrandosi però con il suo avviso ai naviganti, di sponda con il titolare dei conti Giancarlo Giorgetti: «I soldi sono questi, le modifiche si possono fare ma a saldi invariati».

La Finanziaria finisce al centro di un nuovo vertice ai massimi livelli del governo. Metà mattinata, Palazzo Chigi. La presidente del Consiglio riceve Giorgetti, Antonio Tajani, Maurizio Lupi, Matteo Salvini si collega dalla Puglia. Nella stanza anche i capigruppo della maggioranza al Senato, con loro il sottosegretario Alfredo Mantovano. Giro di tavolo. Meloni ascolta gli alleati tornare in pressing, impassibile. Salvini parte per primo.

Chiede di allargare la rottamazione delle cartelle esattoriali alle cartelle di accertamento, ma anche di rafforzare la sterilizzazione dell’aumento dell’età pensionabile, fondi e straordinari per le forze dell’ordine. Uno ad uno i leader si fanno sentire. Tajani preme per i fondi all’editoria e per la polizia, Lupi punta sugli sgravi agli studenti liceali, il rifinanziamento del fondo per la partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese. È la politica, bellezza. Ma deve fare i conti con la nuda matematica. La premier ascolta in silenzio insieme a Giorgetti. E la discussione si scalda sugli affitti brevi. Tajani e Salvini vogliono rivedere la tassa, chiedono di lasciarla al 21 per cento, Lupi propone di abbassare piuttosto le imposte sugli affitti lunghi. Sul primo fronte il governo studia un compromesso a metà: 23 per cento.