Donald Trump riprende l’antica consuetudine delle proclamazioni presidenziali, che risale a George Washington, e lancia l’Anti Communism Week (la settimana dell’anticomunismo) come «solenne ricordo della devastazione causata da una delle ideologie più distruttive della storia... Il comunismo ha devastato nazioni e anime. Oltre 100 milioni di vite sono state spezzate da regimi che hanno cercato di cancellare la fede, sopprimere la libertà e distruggere la prosperità». Lo spunto è l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, ma il Corriere della sera nota che il testo è stato pubblicato, «forse per coincidenza, forse no», appena dopo la vittoria di Zohran Mamdani come sindaco di New York.
In realtà il testo contiene una lettura degli ultimi 35 anni di storia ed è la visione geopolitica della presidenza Trump. Infatti parla dei «34 anni trascorsi dalla fine della Guerra fredda», tracciando un bilancio allarmante: da una parte vede il «trionfo della democrazia», ma dall’altra la «persistenza della tirannia in nuove forme». E ora l’irrompere di «nuove voci» che «ripetono vecchie menzogne, mascherandole con il linguaggio della “giustizia sociale” e del “socialismo democratico”, ma il loro messaggio rimane lo stesso». Il presidente ribadisce che «l’America rifiuta questa dottrina malvagia» perché nella sua identità «libertà e opportunità sono diritti di nascita di ogni persona». Che messaggio vuole dare? Dalla fine della Seconda guerra mondiale, ottant’anni fa, al crollo dei regimi comunisti dell’est europeo (1989-1991) la minaccia per la libertà e per civiltà occidentale, come per la stessa umanità, è stata rappresentata dal comunismo, che in quei decenni ha avuto un’espansione planetaria, moltiplicando i suoi errori e i suoi orrori.






