La serie Anno si è imposta come una delle saghe di city-building tra le più solide del panorama videoludico. Dopo l’avventura futuristica di Anno 2070 e quella spaziale di Anno 2205, il capitolo Anno 1800 ha rilanciato la formula tornando alle radici storiche, nell’epoca dell’industrializzazione.
In questo contesto giunge ora Anno 117: Pax Romana, in uscita il 13 novembre, che fa un salto audace nel passato, collocandosi nel cuore dell’Impero Romano, ponendosi non solo come simulatore di costruzione ma come riflessione sulle dinamiche di potere, cultura e identità. Abbiamo parlato con Matt Cook, senior same writer del progetto, per esplorare i motivi dietro la scelta del 117 d.C., l’equilibrio tra storicità e finzione e le decisioni morali che animano il gameplay.
Matt Cook ha trascorso anni a immaginare una Roma diversa da quella che siamo abituati a vedere nei videogiochi. Non una Città Eterna di gladiatori e legionari in marcia, ma un impero al culmine della sua espansione, nel momento in cui la domanda non è più quanto possiamo conquistare ma cosa significa essere romani.
La scelta del 117 d.C. come cornice temporale del gioco non è casuale.
“Il 117 d.C. rappresenta probabilmente l’apice dell’espansione Romana, nel pieno della Pax, due secoli di relativa pace e di fioritura culturale su tre continenti”, spiega Cook. È l’anno della morte di Traiano, quando l’Impero raggiunge la sua massima estensione geografica. “Fu un’epoca definita meno dalla conquista e più dal governo e dagli scambi che univano le province attraverso vaste reti di commercio, migrazione e diplomazia. La domanda che Roma iniziava a porsi era ‘Che cosa significa essere romano?’ Ed è proprio quella domanda ad averci affascinato”.







