L’economista Javier Gorrostiaga, gesuita, che dirige un valido Centro studi sull’America centrale a Managua, era passato per Roma proprio pochi giorni prima che il presidente del governo sandinista, Daniel Ortega, proclamasse lo "stato speciale di emergenza" - quella incredibile stangata di decreti contro i diritti civili che ha tramortito, una settimana fa, tutti gli amici della rivoluzione sandinista. Due anni fa, la rivista portavoce di quel centro aveva pronosticato, per il Nicaragua, tre possibili modelli di evoluzione: il ritorno al somozismo, il trionfo dello "stalinismo" (il termine non è quello usato dai gesuiti, ma riassume il senso) oppure il prevalere definitivo del sandinismo puro, pluralista e non allineato. Passando per Roma, recentemente, Gorrostiaga confermava l' impressione che stesse prevalendo la linea sandinista.

La sua convinzione era confortata dal fatto che in una recente ristrutturazione interna del Fronte sandinista, fosse sorto un nuovo direttorio di cinque membri, nel quale erano in maggioranza gli uomini che hanno sempre rappresentato, in quel movimento, l' ala cosiddetta "tercerista", la più libertaria, spesso legata alla socialdemocrazia europea. Sugli intenti reali di Washington nella politica verso il Nicaragua Garrostiaga ha però una sua opinione: "Il governo nord americano ha fatto di tutto perché il Nicaragua diventasse una nuova Cuba, con l’intenzione di impedire che arrivasse ad essere un nuovo Nicaragua" ha detto recentemente al "Periodista" di Buenos Aires.