Gary Oldman ha costruito — in un mondo di spie dove gli eroi si muovono tra codici, fallimenti e disillusioni — un personaggio che riassume un secolo di cinema britannico. Il Jackson Lamb della serie Slow horses (su Apple Tv c’è la quinta stagione, ultimata la sesta, la settima è sul set) è l’antitesi del James Bond sexy e infallibile: un uomo stanco, sovrappeso, maleodorante, ma dotato di un’intelligenza feroce e di una lucidità morale che emerge attraverso il cinismo. Una figura che riassume il percorso artistico di Oldman, attore capace di passare dal teatro di Londra ai mostri hollywoodiani, da Sid Vicious a Churchill, da Dracula a George Smiley. E oggi, alla soglia dei settanta, interroga ancora la natura del potere, della verità e della menzogna, tra ironia e pacatezza.

Di Lamb, dice Oldman — che si racconta in un incontro stampa internazionale in vista dei Golden Globe — ama “la sua mente. È sempre due mosse avanti agli altri, e per chi lo osserva dall’esterno può sembrare un disastro umano, ma in realtà è l’uomo più intelligente della stanza. Ammiro la sua capacità di leggere le persone e le situazioni come un investigatore, come un detective. Ed è liberatorio incarnare qualcuno che non ha filtri. Nella vita reale siamo costretti a rispettare mille convenzioni sociali, a misurare ogni parola. Lui no. Dice quello che pensa, anche se è sgradevole. È un vecchio burbero, sarcastico, senza scrupoli, ma è un piacere da recitare. È come dare voce a un pensiero che normalmente censureresti”.