In molte case italiane la povertà alimentare si misura nei gesti: la lista della spesa che si accorcia, le scelte più attente al prezzo che alla qualità. È una forma di fragilità che tocca famiglie, pensionati, single, lavoratori. Perfino i giovani che fanno il passo di andare a vivere da soli. I dati più recenti dell’Istat parlano di oltre cinque milioni di persone in povertà assoluta, e di un numero crescente di cittadini che chiedono aiuto. Nei centri Caritas il bisogno alimentare resta il più diffuso: buoni spesa e accesso agli empori solidali. E a Milano, dove il costo della vita continua a salire, le richieste restano elevate, anche tra chi un lavoro ce l’ha: un disequilibrio tra redditi fermi e prezzi che crescono.
Secondo l’Istituto nazionale di statistica, cresce la quota di chi non può permettersi di consumare un pasto proteico almeno ogni due giorni: sono il 9,9% delle persone nel 2024, a fronte dell’8,4% nel 2023). Sempre nel 2024, il 5,5% delle persone ha mostrato almeno uno degli otto segnali di insicurezza alimentare definiti dalla scala “Food Insecurity Experience Scale”. «A fronte di una povertà multisettoriale, la componente di povertà alimentare è la prima rilevata, sia per quanto concerne la denutrizione che la malnutrizione», spiega Silvia Sinibaldi, vice direttrice Caritas Italiana. «Parliamo di persone che vivono nell’impossibilità di fare un pasto completo almeno una volta ogni due giorni e con l’impossibilità di uscire con amici o parenti per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese. E la povertà alimentare porta con sé un evidente elemento di socialità, una fame di relazione, di ascolto».






