Luigi Einaudi ammoniva: «Conoscere per deliberare». Qui, invece, si è preferito «caricare per deliberare». L’articolo 100 della nostra Costituzione affida alla Corte dei Conti, come il viceministro Rixi dovrebbe ben sapere, il controllo preventivo sugli atti del Governo: una garanzia di legalità e di tutela del bilancio pubblico. Eppure, da Palazzo Chigi è arrivata la polemica «sull’invasione di campo», come se la legalità fosse un atto ostile. Ma non è la Corte, almeno questa volta, ad aver invaso il campo: è la politica ad aver smarrito le linee del perimetro istituzionale, inviando link a documenti che alcuni dirigenti, per superficialità, incompetenza o magari paura, non hanno nemmeno voluto aprire. Surreale anche il resto. Il progetto risale al 1991: a distanza di oltre trent’anni, in un’area tra le più sismiche e ventose d’Europa, mancano perfino le indagini geologiche aggiornate. Una falla che, da sola, basterebbe a bloccare qualsiasi iter. E a difendere il provvedimento davanti alla Corte è giunta dal Mit una squadra degna del grande regista della commedia italiana Mario Monicelli: giuristi senza ingegneri, tecnici senza progetti, guidati dal capo di gabinetto Alfredo Storto, ex allievo del grande mandarino ai tempi di Giulio Tremonti, Vincenzo Fortunato, affiancato da Elena Griglio, con una esperienza al Cerimoniale del Senato, e da Felice Morisco, direttore della sicurezza stradale e testimone nel processo sul crollo del Ponte Morandi. Una piccola armata Brancaleone, inviata a discutere del più grande cantiere d’Europa.