Il tracollo di una nazione passa anche dalla distruzione dei suoi simboli. Come la casa a Gaza di Yasser Arafat, storico leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, trasformata in centro culturale dopo la sua morte, e oggi in rovina. Sotto la scritta “Fondazione Yasser Arafat” c’è un cumulo di vestiti. Tra le mura crollate e i tetti crepati vive oggi la famiglia del palestinese Ashraf Abu Salem, costretta, nei mesi della guerra, a fuggire dalla loro abitazione di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza presa di mira dai bombardamenti dall’aviazione israeliana.
La famiglia, racconta al Quds al Arabi, giornale arabo con sede a Londra vicino alla causa palestinese, prima di trasferirsi ha passato circa una settimana a rimuovere le macerie e riparare ciò che poteva essere recuperato. Questo luogo, racconta al quotidiano arabo Abu Salem, “è stato colpito dalla tragedia, dopo essere stato un simbolo di lotta nazionale e unità palestinese”. Il motivo, continua, è quello di voler “cancellare l’identità palestinese, poiché questa casa è per noi un simbolo dell’aspirazione all’indipendenza e alla libertà”.
La conta dei luoghi simbolo distrutti a Gaza è lunghissima. Sono posti un tempo frequentati dalla popolazione e che facevano di fatto parte della loro quotidianità. Fra questi, c’è il Centro Culturale Rashad El Shawa a Gaza City, che negli anni Novanta aveva ospitato colloqui di pace tra il leader dell’OLP Yasser Arafat e il presidente statunitense Bill Clinton. L’edificio, dedicato al sindaco El Shawa, in carica dal 1971 all’1981, è stato distrutto nel novembre del 2024 da un bombardamento aereo. Fra le sale bruciate dove i leader mondiali hanno discusso di pace, gli sfollati hanno oggi trovato rifugio.






