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Quando in Italia scocca il 1971, Pippo nazionale porta su Rai Uno il più dirompente dei giochi: "La freccia d'oro", autentica antenata delle console
Fuori si srotola lento il 1971. A fine anno l'Italia avrà un nuovo presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Ovunque, dagli alloggi popolari ai damascati salotti delle ville che appartengono alle elite borghesi, entra la voce limpida di Lucio Dalla. Mina è la sovrana della televisione in bianco e nero. E il paese del miracolo economico inizia a flettersi sotto al peso dell’austerità che verrà. Cominciamo a sentirci moderni, ma nemmeno troppo, tutto sommato: i cestelli delle lavatrici ruotano incessanti nei tinelli, la Fiat 127 colonizza le strade, ma il futuro – quello ambito, elettronico, digitale – è ancora un sogno di silicio. Eppure, proprio allora, in quell'intercapedine sospesa tra il passato e il domani, un uomo di spettacolo inventa senza saperlo il primo videogioco televisivo italiano. Si chiama Pippo Baudo ed è l'imperatore del tubo catodico. E il game, profetico tanto nel nome quanto nello spirito, si intitola La Freccia d’Oro.






