Batteri, virus di stagione, malattie preesistenti. Le cause di una polmonite interstiziale possono essere molte. “E si tratta di una malattia non banale. Fra le persone che hanno bisogno di un ricovero la mortalità arriva al 10-15%. Se si arriva a dover intubare un paziente il rischio sale al 50%, anche quando si somministrano gli antibiotici” spiega Francesco Blasi, professore di malattie respiratorie all’università di Milano e direttore della struttura complessa di pneumologia al policlinico della città.

L’interstizio, la zona colpita dall’infezione, è l’involucro esterno dei polmoni. “Qui scorrono i vasi sanguigni e quelli linfatici. E’ il tessuto in cui avviene lo scambio di ossigeno fra gli alveoli e il sangue. Per questo il suo ruolo è così cruciale. L’effetto più grave di una polmonite interstiziale è la riduzione dei valori di ossigeno nel sangue. Negli anziani notiamo tosse, mancanza di respiro e confusione mentale. I sintomi più comuni nei giovani sono tosse e febbre che perdurano per più di tre giorni senza rispondere agli antinfiammatori”.

Il batterio della legionella

Il Covid è una forma di polmonite interstiziale. E uno strumento che abbiamo scoperto durante la pandemia – il pulsossimetro o saturimetro che misura la quantità di ossigeno nel sangue – può tornare utile anche quando si sospetta un’infezione seria ai polmoni. “La soglia di allarme è il 92%. Sotto al 90% si entra nell’insufficienza respiratoria vera e propria” spiega Blasi. “Se cuore e polmoni non erano in piena efficienza già prima dell’infezione, le conseguenze possono ovviamente essere più gravi. Questi pazienti hanno in genere un aggravamento più rapido rispetto a chi si trovava in piena salute e un calo importante dell’ossigeno nel sangue”. In generale, l’età al di sopra dei 70 anni è un fattore di rischio per le forme più serie.