Distinguere fin dall’inizio, e sempre meglio, i pazienti in cui il tumore della prostata sarà indolente o crescita lenta (che sono la maggior parte) da coloro che avranno bisogno di un trattamento più aggressivo perché a maggior rischio di recidive. Questo obiettivo rappresenta ancora oggi una sfida, ma un nuovo indizio arriva dal Dna. O, meglio, da come questo risulta “impacchettato” all’interno delle cellule tumorali.
Novembre, mese della prevenzione maschile. Gli screening e le visite
DI IRMA D'ARIA
(Anche) una questione di forma
A svelarlo è uno studio italiano pubblicato su Nature Communications e svolto grazie al sostegno di Fondazione Airc (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro): “Il nostro Dna è lungo circa un paio di metri, ma è contenuto in un diametro di appena 10 milionesimi di metro: è come se una corda di 200 chilometri dovesse stare all’interno di un sacco largo un metro”, spiega a Salute Francesco Ferrari, Direttore del laboratorio di Genomica Computazionale di Ifom, l’Istituto Airc di Oncologia Molecolare di Milano e ricercatore del Cnr di Pavia. Perché ciò avvenga la sostanza di cui è formato, la cromatina, si ripiega in un modo molto sofisticato: un’organizzazione tridimensionale da cui dipende anche l’espressione dei geni.






