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Ultimo aggiornamento: 15:35

Partiamo dalle origini, senza folklore. Il “sistema Cuffaro” non nasce con Cuffaro: lui è il prodotto riuscito di tre matrici che in Sicilia si incrociano tra anni 70 e anni 90 e che lui riesce a cucire in un format perfetto di potere.

Totò Cuffaro viene dalla Democrazia Cristiana tradizionale, corrente andreottiana e mondo cattolico organizzato: parrocchie, associazioni, professioni sanitarie, cooperative, campagne agrigentine. Da studente entra nella DC, scala il movimento giovanile, impara: centralità della preferenza personale; gestione dei bisogni minuti (posto, visita, ricovero, appalto, licenza) come strumento di fidelizzazione; uso del linguaggio morale e religioso come schermo identitario e brand politico. Questa scuola gli consegna il vocabolario: “buon cristiano”, “moderato”, “uomo del popolo”, “garante di prossimità”. Ma soprattutto gli dà l’infrastruttura di relazione capillare.

Il “modello Cuffaro” oggi non è nostalgia, non è solo la parabola di un ex presidente della Regione condannato in via definitiva a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio nel processo “talpe alla DDA”, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, poi dichiarata estinta a seguito della riabilitazione: è l’esito più compiuto di un ecosistema di potere che ha usato il lessico del cattolicesimo politico, le liturgie della provincia democristiana e la leva degli apparati amministrativi per trasformare la Regione in una macchina di fedeltà, intermediazione e protezioni.