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Più che una bocciatura, quella delle istituzioni contabili sulla manovra economica sembra una recensione svogliata

È curioso osservare come, ogni volta che un governo osa mettere mano al bilancio pubblico per restituire qualcosa, si levi immediato il coro dei custodi dell'ortodossia economica: Banca d'Italia, Corte dei Conti, Istat e Ufficio parlamentare di bilancio. Tutti d'accordo, come un'orchestra sinfonica della prudenza, nel decretare che la manovra «non riduce le disuguaglianze», che «favorisce i redditi più alti», che «non incide sulla crescita». Grazie della scoperta. Non è infatti un piano quinquennale socialista, né voleva esserlo, quello varato dal governo Meloni, ma una legge di bilancio cioè uno strumento per tenere in equilibrio i conti e, nei limiti del possibile, raddrizzare qualche ingiustizia.

Il tanto discusso taglio dell'Irpef, che secondo i «tecnici» avvantaggerebbe i più abbienti, è in realtà un intervento di modesta entità e, proprio per questo, equilibrato. Non cambia la vita a nessuno, ma ridà un minimo di respiro a quella fascia di contribuenti la cosiddetta classe media che negli ultimi dieci anni è stata la mucca da mungere di ogni esecutivo. E non è un dettaglio: perché è proprio da lì, dal ceto medio produttivo, che passa la vitalità di un'economia sana.