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Ultimo aggiornamento: 13:01
Il governo l’ha presentata come una misura che dovrebbe “favorire l’adeguamento salariale al costo della vita”. Ma per la Banca d’Italia la detassazione dei rinnovi contrattuali è un intervento “improprio”, perché assegna al “bilancio pubblico“, invece che alle imprese che pure potrebbero farsene carico, “il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto” dai lavoratori. Non solo: il vicecapo del Dipartimento Economia e Statistica, Fabrizio Balassone, in audizione davanti alle commissioni Bilancio sulla manovra 2026 ha previsto che quella mossa politica difficilmente avrà davvero l’effetto di accelerare le trattative per il rinnovo dei contratti nazionali scaduti. I principali ccnl che potranno beneficiarne, ha detto, “riguardano soprattutto settori in cui le trattative per il rinnovo sono già avviate o che storicamente rinnovano con ritardi modesti”. Balassone ha poi confermato l’analisi dell’Istat, sul taglio dell’aliquota Irpef dal 35 al 33%, dicendo che “favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione dei redditi”.
L’aliquota ridotta al 5% scatterà per il solo 2026 sugli incrementi retributivi derivanti da contratti collettivi sottoscritti nel biennio 2025-26, a favore dei lavoratori dipendenti con redditi annui non superiori a 28 mila euro. L’obiettivo dichiarato è compensare la perdita di potere d’acquisto e stimolare una più rapida chiusura dei rinnovi contrattuali, in coerenza con la recente legge delega sulla contrattazione. Ma per la Banca d’Italia “è improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori”, soprattutto “quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione”. Se è vero che tra la fine del 2019 e il 2023 le retribuzioni reali orarie nel settore privato si sono ridotte di oltre dieci punti percentuali, recuperandone solo tre entro il 2025, insomma, adesso a pagare pienamente il costo dei necessari aumenti dovrebbero essere le aziende. Peraltro la capacità della norma di accelerare i rinnovi appare ridotta: circa il 40% dei dipendenti privati è già coperto da contratti firmati prima del 2025 ma con scadenza successiva al 2026, quindi esclusi dall’agevolazione. Tra questi rientrano settori chiave come commercio e turismo, dove il potere d’acquisto si è eroso più che altrove. I contratti che potranno beneficiare della misura riguardano comparti nei quali le trattative sono già avviate o che storicamente rinnovano con ritardi modesti, riducendo ulteriormente l’impatto dell’incentivo.









