ROMA - In tv le luci dei varietà si sono spente. Lustrini e paillettes sono finite in soffitta. E Antonello Falqui confessa: «Oggi, quando accendo la tv mi sento poco bene». Il regista che ha fatto la storia del varietà italiano, firmando tra gli altri Il Musichiere, Studio Uno, Canzonissima, fino a Al Paradise, è deluso dalla tv di oggi, «incapace di far sognare e prigioniera dell' Auditel».

A 80 anni può permettersi giudizi spietati, ironie sulla tv di oggi («ho 6-7 televisori sparsi per casa: alla fine vedo i Tg, Zelig, le Iene, i documentari di Geo & Geo») e mentre il canale RaiDoc ripropone in 9 puntate la Biblioteca di Studio Uno (da lunedì sera, con i racconti dei protagonisti dell' epoca), Falqui parla della dissoluzione di un genere televisivo.

Ci può spiegare chi ha ucciso il varietà?

«La colpa è dei dirigenti e dei registi "sissignori". L' intrattenimento è finito in mano ai divi formato tv: sono loro a scegliere attori, ospiti e musiche. I registi copiano gli spot pubblicitari, le inquadrature sono corte e veloci, affastellano tutto in 3 ore. E non fanno più sognare». Come è nata la "Biblioteca di Studio Uno"?

«Esauriti i film da parodiare musicalmente, io e Verde abbiamo pensato ai romanzi famosi, dal Conte di Montecristo ai Tre moschettieri. Con il Quartetto Cetra e grandi attori: Cervi, Totò, De Sica, Gassman, Mastroianni, Rascel. Gran fatica: 8-9 giorni per romanzo, ma ci vedevano 21 milioni di italiani, compravano i libri».