Il mondo dopo Trump non è più lo stesso, ecco un'affermazione difficile da contestare. Ma, a un anno dal voto che lo ha riportato alla Casa Bianca, sarebbe onesto ammettere che il caos lo ha preceduto. La crisi del multilateralismo non è una sua invenzione, si trascina da anni, per i veti che paralizzano l'Onu e per le mancate riforme che spuntano le armi del Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio. L'invasione dell'Ucraina e il 7 ottobre, con il successivo conflitto a Gaza, sono coincisi con la presidenza di Joe Biden. In un contesto di grande instabilità, Trump è una figura coerente che agisce con una logica non convenzionale. Lo dimostrano i dazi, decisi per correggere gli squilibri commerciali con i partner, e diventati una leva geopolitica. Il confine tra amici e nemici si è fatto sfumato. Trump è acido con l'Ue e inflessibile con gli alleati asiatici. La strategia funziona: a parte la Cina, nessuno ha osato ribellarsi con tariffe ritorsive.
Dunque, l'America First non si è rinchiusa nel cortile di casa. Quel cortile, tanto per cominciare, è tornato ad essere il Centro-Sudamerica, in una riedizione della dottrina ottocentesca del presidente Monroe. La mobilitazione militare al largo delle coste del Venezuela ha un obiettivo: rimuovere Maduro. La solita smania di cambiare i regimi non piace alla base Maga (e in effetti con l'Iran si è deciso di non affondare il colpo), ma è un fatto che gli Usa rivendichino un nuovo protagonismo con metodi collaudati: il divide et impera e l'uso o la minaccia della forza. Come sottolineano i funzionari europei, l'unica differenza rispetto al passato è che il presidente americano non dispensa sorrisi e pacche sulle spalle. E' il genere di diplomazia che gli ha permesso di conseguire il suo successo più grande in politica estera: il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Anche se non si tratta della pace attesa da tremila anni di cui si è vantato, e probabilmente gran parte dei 20 punti previsti nell'intesa resteranno sulla carta, è certamente il compromesso migliore partorito dopo una stagione terribile, una creatura fragile che Trump cercherà di tenere in vita facendo pressioni su Netanyahu - che dagli Stati Uniti dipende per le armi - e sui Paesi arabi - che con gli Stati Uniti fanno affari. La prospettiva di allargare gli accordi di Abramo disegna nuovi equilibri in un'area in cui il capo della Casa Bianca vuole esportare il grande business, non la democrazia.






