Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 8:00
di Gian Carlo Cocco *
Quando si parla di lavoro, si enfatizza spesso la tecnologia, l’intelligenza artificiale o le competenze tecniche. Ma – come ho già evidenziato anche in questo blog – troppo spesso ci dimentichiamo di ciò che rende davvero efficace un’organizzazione: le cosiddette soft skill, ovvero le capacità comportamentali e relazionali. Questo capitale intangibile è il motore silenzioso che sostiene (o – se carente – affossa) il successo delle imprese.
Le soft skill sono competenze concrete e osservabili: pensiero critico, problem solving, capacità decisionale, flessibilità, organizzazione, comunicazione, gestione dei conflitti, lavoro di gruppo. Si tratta di comportamenti precisi che si possono allenare, migliorare e persino misurare. Ma cosa non sono? Non sono legate ai concetti di personalità e carattere; non sono valori (come l’onestà o il senso di responsabilità); non sono atteggiamenti come la cordialità, l’entusiasmo, la motivazione, l’assertività, l’empatia, il rispetto o l’autonomia, non sono comportamenti ultracomplessi (come le “leadership competencies” o i processi di pianificazione); non sono generiche espressioni di carattere psicologico e sociale (come interculturalità, intelligenza emotiva, agilità mentale, empowerment, saper ispirare i collaboratori ecc.); non si limitano, infine, al solo campo delle relazioni interpersonali, ma riguardano anche comportamenti di carattere operativo, cognitivo e gestionale.






