Breve soggiorno negli Stati Uniti. Nelle conversazioni, nei notiziari, sui social, su tutte le labbra prevale un unico argomento: le elezioni municipali che, questo martedì 4 novembre, senza dubbio faranno entrare a City Hall a New York Zohran Mamdani, 34 anni. Qual è il problema? Quest’uomo, che secondo tutti i sondaggi sfreccia molto avanti ad Andrew Cuomo e Curtis Sliwa, suoi avversari, non ha esperienza in politica. A esclusione di alcuni propositi demagogici, populisti e irrealizzabili senza il concorso dello Stato, non ha un programma degno di questo nome. Niente indica che sia capace di amministrare un budget di 110 miliardi di dollari, di dirigere 300m ila funzionari municipali, insomma di governare quello Stato nello Stato che è la città di Fiorello La Guardia, Ed Koch, Felix Rohatyn e Michael Bloomberg. Infine, last but not least, dall’inizio della sua campagna dice cose di una violenza inaudita sugli israeliani e sugli ebrei, cose che non hanno nulla da invidiare a quelle, in Francia, di una Rima Hassan o di un Jean-Luc Melenchon. Giudicate voi stessi. Colui che con ogni probabilità diventerà sindaco di New York sostiene in modo risoluto il boicottaggio dell’unico Stato ebraico del pianeta. Gli ripugna, per altro, parlare di “Stato ebraico” e riconoscere il carattere ebraico del Paese che da settant’anni stanno costruendo i sopravvissuti dei pogrom e della Shoah. Non fa mistero di essere approdato alla politica attraverso la causa palestinese e grazie ad essa. Senza pensarci due volte, fa sue le accuse di affamamento organizzato e di genocidio rivolte contro Israele. Ha detto e ridetto che sarebbe contento di veder arrestare il primo ministro dello Stato ebraico se, per esempio in occasione della prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite, si azzardasse a mettere piede in città. Essendo Gerusalemme la capitale di uno Stato genocidario e nazista, non ha difficoltà nemmeno ad assimilare i resistenti palestinesi agli insorti del ghetto di Varsavia. Certo, condanna il 7 ottobre, ma a fior di labbra e a patto di condannare parallelamente anche l’«occupazione» e l’«apartheid». Non trova niente da ridire a proposito del progetto di «globalizzazione dell’Intifada» e, se le parole hanno un senso – e poiché non vi sono soldati di Tsahal dispiegati a Manhattan, da quel che sappiamo –, questo vuol dire che non sarebbe contrario all’idea di vedere presi di mira i civili ebrei ovunque si trovano, e perché no, quindi anche nelle strade di New York. Aggiungo infine che, quando questo possibile e, ahimé, probabile futuro sindaco di New York commemora come è giusto che sia la tragedia americana dell’11 settembre, vi è una vittima, una sola, che sembra strappargli una lacrima: non si tratta dei circa tremila newyorkesi uccisi nelle Torri gemelle in fiamme, ma di sua zia che, poiché indossava il velo, nelle settimane seguenti non si sarebbe più sentita «al sicuro» in metropolitana. I giochi, naturalmente, non sono ancora fatti. I suoi due sfidanti possono allearsi e sbarrargli la strada. Le grandi sinagoghe di New York, seguendo l’esempio della sinagoga di Park Avenue del rabbino Elliot Cosgrove, hanno sciolto le riserve e credo che i loro avvertimenti si faranno sentire nei prossimi giorni. Forse, le dichiarazioni dei dirigenti d’azienda – coloro che assicurano davvero il lavoro –, che hanno detto che non esiteranno a lasciare la città e a installarsi in uno Stato vicino se al comando della città dovesse arrivare un sindaco antisemita, faranno riflettere gli elettori prima che si commetta l’irreparabile. È di gran lunga più plausibile, però, che si passerà oltre e che a quegli avvertimenti si risponderà con fanfaronate del tipo «l’America non è in vendita». Per gli ebrei di New York sarebbe un brutto giorno. Sarebbe un insulto alla memoria di Saul Bellow, Elie Wiesel, Leonard Bernstein. Sarebbe uno sputo in faccia a Emma Lazarus, la poetessa le cui parole di benvenuto agli umili e agli afflitti, ai senza nome e ai senza patria che arrivano a Ellis Island sono incise sul piedistallo della Statua della Libertà. Sarebbe l’inizio di una rottura del patto secolare stretto tra la prima città del mondo e il Popolo del Libro. Sarebbe un terremoto nella storia di quell’ebraismo che, quando lo si voleva annientare ovunque, a New York scoprì l’ultimo posto del pianeta dove poteva non soltanto essere salvato, ma anche reinventarsi. E, al di là degli ebrei, sarebbe l’intero Partito democratico a voltare le spalle all’eredità morale di John Fitzgerald Kennedy, Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden, per allinearsi a una fazione che, con il pretesto dell’«intersezionalità», confonde la bandiera verde di Hamas con quella dei lavoratori. Da un lato, c’è l’America First. Dall’altro, ci sono Alexandria Ocasio-Cortez e i suoi, le cui tentazioni totalitarie uscirebbero rinvigorite da questa svolta newyorkese. L’America si trova in mezzo a un fuoco incrociato. In verità, se cade New York sarà il mondo libero intero a vacillare ancora una volta sulle sue stesse fondamenta. Traduzione di Anna Bissanti