Seduto nella penombra di una delle sale del Forte di Bard, Stefano Unterthiner racconta l’altra faccia, quella più intima, del suo mestiere di fotografo naturalista che l’ha portato nei luoghi più inospitali del mondo. Siamo circondati dalle sue opere che danno forma a «Finestra sull’Artico», la mostra con la quale si chiude (forse) il lunghissimo capitolo delle isole Svalbard che ha portato Stefano, moglie (Stéphanie) e figli (due) a vivere per un anno tra i ghiacci di uno dei luoghi più estremi, se non il più estremo, del globo. Tra quelle infinite distese bianche Stefano è tornato altre quattro volte «perché mi pareva di aver lasciato indietro qualcosa e, soprattutto, volevo l’orso polare, che avevo fotografato solo un paio di volte. E l’ho trovato».

"Orso polare sul ghiaccio alla deriva", copyright Stefano Unterthiner

Originario di Saint-Vincent, 55 anni, un dottorato di ricerca in zoologia, Stefano Unterthiner ha sempre interpretato la fotografia soprattutto come una missione, quella di portare alla luce attraverso uno scatto le meraviglie del pianeta accompagnandole a un grido d’aiuto per fermarne la distruzione.

Il consumismo delle immagini

E quando riflette su questi anni di grandi successi professionali è perentorio: «Mi sento uno sconfitto, sembra che tutto questo lavoro non sia servito a nulla, basta guardarsi attorno per accorgersene». E alla domanda sul perché debba sentirsi sconfitto uno che è arrivato alla Bibbia delle riviste di settore, ossia il National Geographic, la risposta è di nuovo perentoria: «Perché il mondo negli ultimi 40 anni è soltanto peggiorato. E questo vale anche per la fotografia, ormai nella divulgazione siamo diventati parte del consumismo, è sempre più difficile raccontare in profondità le cose, tutto è usa e getta».