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Ultimo aggiornamento: 14:56
Dopo il successo – e le polemiche – legate ai farmaci dimagranti a base di semaglutide e tirzepatide, il mercato delle terapie contro l’obesità sta per cambiare ancora volto. Novo Nordisk, produttrice di Ozempic e Wegovy, ha annunciato l’arrivo della versione orale della semaglutide, mentre la rivale Eli Lilly, già produttrice di Mounjaro e Zepbound, prepara una nuova molecola chiamata orforglipron: un principio attivo capace di attraversare lo stomaco senza essere distrutto, con lo stesso effetto dimagrante ma una struttura chimica completamente diversa. L’obiettivo, dichiarato, è rendere più semplice la somministrazione e ampliare la platea dei pazienti, in un mercato globale che oggi vale oltre 47 miliardi di dollari.
Ma cosa cambia davvero, dal punto di vista clinico, con l’arrivo delle “pillole anti-obesità”? Lo abbiamo chiesto alla professoressa Anna Maria Colao, già Presidente Sie (Società italiana di endocrinologia) e professore ordinario di Endocrinologia e malattie del metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile, università Federico II di Napoli.
“L’arrivo dei GLP-1 analoghi di uso orale – spiega la Colao – allargherà certamente la popolazione dei pazienti interessati. Molti hanno una certa riluttanza verso le iniezioni, anche perché devono farsele da soli, non sono somministrate da personale sanitario. È chiaro che la possibilità di assumere una compressa invece di un’iniezione rende tutto più semplice. Tuttavia, non si tratta di farmaci banali: sono analoghi ormonali che vanno usati solo sotto stretto controllo medico.” Secondo la professoressa, l’innovazione è significativa ma non priva di limiti. “Chi soffre di reflusso gastroesofageo o di disturbi gastrici – condizioni molto frequenti nei soggetti obesi – potrebbe non tollerare bene una molecola che attraversa lo stomaco. Quindi non è una soluzione universale. E, come sempre, le novità in medicina vanno accolte con prudenza e valutazione clinica personalizzata”.







