Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si è sbilanciato a parlare di una «nuova stagione per l’Africa» e dei rapporti sull’asse con Roma. Per ora suona, soprattutto, come un tentativo di risveglio dei partner Ue rispetto a una regione sempre più cruciale e sempre più precaria nella sua spirale di instabilità, il Sahel: la fascia semidesertica che costeggia a sud il deserto del Sahara e si è imposta da anni come l’epicentro globale del jihadismo e la culla di una girandola golpista nel triangolo fra Burkina Faso, Mali e Niger.

Tajani ha intrapreso insieme al suo collega dell’Interno, Matteo Piantedosi, un tour de force diplomatico che ha già toccato la Mauritania il 28 ottobre, transiterà in Senegal il 29 e chiuderà il cerchio in Niger il giorno dopo, in una missione che vuole ribadire la «priorità strategica assoluta» dell’Africa sull’agenda della Farnesina e l’aspirazione del governo italiano a «ponte fra Europa e Africa». Un principio già espresso nell’architettura del cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, non a caso menzionato come una delle infrastrutture portanti della visita e delle intese in via di intessitura nella tre giorni.

La Farnesina insiste sull’arrivo di un nuovo pacchetto di «partenariati» sul versante politico e sicuritario, lungo un’agenda fitta di incontri vis-à-vis inanellati fra Nouakchott, Dakar e Niamey. In Mauritania è stata la volta degli incontri di Tajani con il primo ministro Mokhtar Ould Diay e il titolare Esteri, Mohamed Salem Ould Merzoug a fianco del faccia a faccia di Piantedosi con Mohamed Ahmed Ould Mohamed Lemine. Ora sarà il turno di quelli con il presidente senegalese Diomaye Faye e dei ministri di Esteri e interni Cheikh Niang Mouhamadou Bamba Cissé a Dakar e della tappa a Niamey con un’agenda che include il confronto con il leader Abdourahamane Tchiani, il titolare delgi Esteri eBakary Yaou Sangaré e quello dell’Interno Mohamed Boubacar Toumba.