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Una (bella) mostra ne racconta l'epopea dall'infanzia dura ai tre funerali oceanici
"Sto per morire. Portatemi a Napoli". E se l'ultimo pensiero, le parole estreme sono state per la sua città, era fatale che proprio il capoluogo partenopeo celebrasse l'intimo, ancor oggi vivissimo legame che unisce Napoli alla più proverbiale fra le sue "maschere". Troneggia sulla facciata di Palazzo Reale l'inconfondibile profilo del principe Antonio de Curtis; e non a caso s'intitola "Totò e la sua Napoli" l'emozionante mostra che fino al 25 gennaio (ma poi in tournée fino a Brooklyn, New York) confermerà il vincolo viscerale che, nato al rione Sanità, si concluse coll'imponente funerale alla Basilica del Carmine (duecentomila persone, tra quelle in piazza e quelle al casello dell'autostrada Roma-Napoli, per il passaggio del corteo funebre). Introdotti dalle immagini del "Pazzariello" che ne L'oro di Napoli di De Sica guida un corteo di popolo ("Così come guiderà i visitatori lungo le undici sezioni della mostra", commenta Alessandro Nicosia, curatore assieme a Marino Niola) foto, manifesti, oggetti, giornali, filmati e costumi offrono un irresistibile crescendo emotivo in ogni angolo del "pianetà Totò".






