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Con la collaborazione di Lello Arena e Anna Pavignano racconta una Napoli differente
Inizia tutto con un necrologio. In tv srotolano parole meste. Si tratta di un’edizione straordinaria del telegiornale, una di quelle che tiene appesi, che ti costringere a smettere di fare quello che stavi facendo: «È morto Massimo Troisi». Ma la voce del cronista ha qualcosa che non torna. È impastata, meccanica, fin troppo seria per risultare credibile. È il 1982, e Massimo Troisi, vivo e vegeto, si mette in scena da morto. Non per narcisismo, non per ironia gratuita, ma per raccontare — come solo lui sa fare — un’altra verità. E forse anche per prepararsi. O, più tragicamente, per salutare in anticipo.
Il documentario-farsa Morto Troisi, viva Troisi! — oggi restaurato e riproposto dalla Rai come un testamento artistico che sfugge al tempo che scorre — non è soltanto un esperimento televisivo perfettamente riuscito. È un luminoso capolavoro, una coreografia composta di comicità dolente, di quella napoletanità disincantata e mai caricaturale di cui Troisi sapeva essere sovrano. Non ci sono scenari cartolina, né mandolini, né canzonette in sottofondo. C’è, piuttosto, una Napoli che sorride in faccia alla morte, e alla televisione.






