VENEZIA - Il quadro completo di questa vicenda si potrà avere alla conclusione delle indagini preliminari. Il materiale pedopornografico prodotto è talmente esteso che solo procedendo all’analisi di ogni singola immagine si può capire se l’uomo ha avuto un complice e se qualcuna di questa “foto” sia stata condivisa. Solo così si potranno valutare le reali responsabilità sul fronte penale del veneziano di 52 anni, accusato di aver prodotto oltre 900 immagini di minori, soprattutto bambine, in atteggiamenti pornografici. L’uomo, un insospettabile impiegato con un matrimonio alle spalle e due figli, avrebbe analizzato oltre 450mila foto reali di minori vestite o spogliate e poi le avrebbe “date in pasto” all’intelligenza artificiale per trasformarle in immagini fittizie, ma in tutto identiche all’originale.

I soggetti che prediligeva erano le cosiddette “Lolite”, ragazzine giovanissime con vestiti succinti, talvolta coperte solo da un bikini e in atteggiamenti provocatori, perlopiù di origine dell’Est europeo. «Quando lo abbiamo sentito ci ha detto che la raccolta e la trasformazione di questo materiale era un semplice test» spiega il vicequestore aggiunto della polizia di Stato e responsabile del Cosc (Centro operativo sicurezza cibernetica) Michele Fioretto. Perché a svolgere l’indagine e a risalire al veneziano sono stati gli esperti della Polizia postale del Veneto su segnalazione di un’organizzazione internazionale che si occupa di proteggere i minori online. Gli associati avevano notato un traffico anomalo sul dark web, una forte attività di ricerca e di scaricamento di immagini illecite. Hanno così avvisato la polizia postale europea, che tramite la rete internet usata dall’utente è riuscita a risalire al suo indirizzo Ip. Da qui i poliziotti veneziani sono giunti fino alla casa del sospettato in centro storico.