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Ultimo aggiornamento: 15:29
Nazza Calajò, il principe e il supernarcos della banda del quartiere milanese della Barona, ha sempre tenuto in buon conto il ruolo delle donne nel suo agguerrito gruppo criminale. A una di loro ad esempio regalò una piazza di spaccio, battezzandola proconsole con tre baci sulle guance davanti a sanguinari boss maschi. Certo poi quella donna, Rosangela Pecoraro detta Rosi Bike, si pentirà, regalandogli una condanna a 17 anni. Al di là di questo, le quote rosa nella banda sono sempre state rispettate. Tanto che con Nazza e il nipote Luca Calajò in carcere da tempo ormai, il traffico e lo spaccio è stato affidato a un cellula quasi tutta in rosa. A partire dal capo, autentica narcos soprannominata Griselda a ricordare la figura di Griselda Blanco regina della cocaina in Colombia già in affari con l’imperatore Pablo Escobar. Ma Griselda è pure Mamacita o Super Mamacita. Tanti nomignoli. Anche la Nera o la Bionda a seconda di come si tingeva i capelli.
Un vezzo tutto femminile che certo non ha impedito a Katia Adragna, milanese, classe ’79, di gestire in modo imprenditoriale il grande affare della droga a Milano con clienti vip, politici, avvocati e pure giudici. Oggi però la Super Mamacita è finita in carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, un reato che prevede pene oltre i 20 anni di carcere. È il quarto atto della saga criminale della banda della Barona che, ordinanza dopo ordinanza, due pm ostinati come Francesco De Tommasi e Gianluca Prisco stanno scrivendo dal 2023 fino a ipotizzare un gruppo criminale con più teste, un’associazione di tipo mafioso (reato ancora non contestato) molto simile, per interessi, contatti e potenza di fuoco, alla Banda della Magliana. Diciannove nuovi indagati, grazie al lavoro del Ros dei carabinieri e soprattutto del Reparto di polizia penitenziaria del carcere di Opera, si aggiungono così alle decine ormai già processati. Tra loro ad aumentare le quote rose, altre quattro donne con ruoli di stoccaggio e distribuzione della cocaina. E se la coca è il core business, le armi sono spesso il metodo migliore per risolvere i problemi. Toni Faraci, figura vicina alla narco cellula, si spiega molto bene: “Non ho più la 38, ho la 857 magnum”, in sostanza un cannone da sparo. E ancora: “Ho la Glock, ho la mitraglietta con otto caricatori da 36 colpi che significa trecento colpi, e andiamo! La guerra la faccio solo con quella, mi chiamano John Rambo. Dopodomani mi arrivano quattro ananas, sono le bombe a mano, così le chiamano (…). Se mi ammalo, già avevo ammazzato venti cristiani”. Tanto che il giudice al termine delle 200 pagine di ordinanza cautelare scrive: “Sommamente pericolosa si è rivelata essere la complessiva condotta del Faraci, in quanto nel corso delle conversazioni non soltanto è emersa la disponibilità da parte di costui di armi da sparo, ma le frasi dette hanno immediatamente rappresentato la dimestichezza dell’indagato all’uso di armi e la pronta volontà di utilizzarle, con conseguente assai concreto pericolo di utilizzo delle armi stesse, estremamente lesive per la vita e la incolumità individuale”.







